VENT'ANNI DI SOPRUSO. BASTA.




Voi preti che vendete a tutti un'altra vita
Se c'è, come voi dite, un Dio nell'infinito
Guardatevi nel cuore, l'avete già tradito

(F. Guccini)

Vent'anni. Fatevi entrare in testa questo numero: 240 mesi, 7.305 giorni, oltre 631 milioni di secondi. Un'intera generazione buttata via, svanita nel nulla mentre qualcuno, comodamente seduto nella sua curia, ha deciso che le regole valgono per tutti tranne che per sé stesso.
Era il 30 giugno 2006. L'Italia giocava contro l'Ucraina ai Mondiali di Germania, ma a Carotto non importava a nessuno: c'era don Arturo che diventava Vescovo, c'era Via delle Rose addobbata a festa, c'era un tappeto azzurro disteso come un sogno. Un giorno di gioia. Un giorno che avrebbe dovuto segnare un passaggio, non l'inizio di una vergogna istituzionale durata due decenni.

E invece.

Da quel giorno la Diocesi ha trasformato una misura d'emergenza in uno strumento permanente di elusione. Parliamo dell'Amministratore Parrocchiale: una figura provvisoria, concepita dal diritto canonico per coprire il vuoto nelle more dell'indizione delle elezioni per il nuovo parroco. Una soluzione tampone, temporanea per definizione, non un ruolo stabile. Non è un parroco. Non può esserlo. Non deve esserlo.

E qui vale la pena fermarsi un momento, perché i numeri parlano da soli. Il diritto di Giuspatronato — quel diritto antico e prezioso che affida alle comunità la scelta del proprio parroco — è riconosciuto in tutto il mondo a sole 21 parrocchie. Ventuno. Su tutto il pianeta. Ebbene, sette di queste ventuno parrocchie si trovano proprio qui, in Penisola Sorrentina. Un patrimonio canonico straordinario, una rarità assoluta a livello mondiale, un privilegio giuridico conquistato nei secoli dalle nostre comunità.

E la nostra Diocesi lo calpesta da vent'anni.

Prima Piano di Sorrento, poi le altre sei: tutte, tutte le parrocchie titolari di questo diritto eccezionale sono state private del loro parroco legittimo e affidate a una figura provvisoria che provvisoria non è più. Quello che doveva essere un rimedio temporaneo è diventato la norma. L'eccezione è diventata la regola. L'emergenza è diventata il sistema.

Chiamatelo con il suo nome: illegalità.

Una Chiesa che sale sui pulpiti a predicare legalità, giustizia, rispetto delle istituzioni, e poi viola sistematicamente un diritto — non un privilegio, un diritto — conquistato con sacrifici da chi ci ha preceduto. Un diritto scritto, riconosciuto, che i nostri Vescovi hanno calpestato uno dopo l'altro, per ignoranza o per arroganza, fa poca differenza. Il risultato è lo stesso: un sopruso che dura da vent'anni e che nessuno sembra più voler chiamare con il suo nome.

E qui occorre avere il coraggio di dirlo chiaramente: la responsabilità non ricade soltanto sui Vescovi.

Ogni sacerdote che in questi vent'anni ha accettato la nomina ad Amministratore Parrocchiale in una delle nostre comunità è parte di questo sistema. Non sono vittime innocenti di un ingranaggio più grande: sono uomini adulti, ordinati, formati, che conoscevano perfettamente le regole canoniche e il significato del diritto di Giuspatronato. Accettando quella carica sapevano — o dovevano sapere — di inserirsi in una situazione irregolare, di prestarsi a perpetuare un sopruso, di diventare tasselli funzionali a una illegalità comoda per tutti tranne che per i fedeli. Qualcuno lo avrà fatto in buona fede, qualcuno per obbedienza cieca alla gerarchia, qualcuno forse per tornaconto personale. Ma la buona fede non cancella la complicità, e l'obbedienza non è una giustificazione morale quando ciò a cui si obbedisce è sbagliato. Chi ha indossato quel ruolo ha contribuito, anno dopo anno, a normalizzare l'anormale. E di questo deve rispondere, almeno davanti alla propria coscienza.

E la cosa più avvilente? Che ci siamo quasi tutti arresi.

La maggior parte si è adeguata. Qualcuno per stanchezza, qualcuno per convenienza, qualcuno perché ha smesso di ricordare come stanno le cose. La memoria corta è il miglior alleato di chi commette ingiustizie. La rassegnazione è la loro arma più potente, e noi gliel'abbiamo consegnata su un piatto d'argento.

Da vent'anni piloto una piccola barca che naviga controcorrente e reclama ciò che è dovuto. Una barca antica e sgangherata, rattoppata mille volte, che porta i segni di ogni tempesta attraversata. Ma non fatevi ingannare dall'aspetto: a bordo c'è una ciurma che nessuna diocesi potrà mai mettere a tacere.

Sono tutti lì con me, invisibili ma presenti, il loro peso si sente ad ogni colpo di remo. Il navigante che secoli fa sottraeva parte del suo magro salario per contribuire all'edificazione della chiesa del suo paese. Il contadino che consegnava una quota del raccolto — quella quota che forse serviva a sfamare i figli — perché il clero avesse di che vivere e le chiese di che splendere. Le donne che ricamavano i paramenti sacri, i capimastri che innalzavano campanili, i mercanti che finanziavano affreschi e altari. Generazioni intere che hanno costruito con sacrifici reali, concreti, spesso silenziosi, un patrimonio spirituale e materiale che appartiene a queste comunità. Che appartiene a noi. E con quel patrimonio hanno conquistato un diritto, non lo hanno ricevuto in dono: lo hanno sudato, pagato, meritato. Vederlo calpestato è un'offesa che va ben oltre il presente.

E poi ci sono loro, quelli che hanno iniziato questa navigazione con me e lungo il percorso sono scesi — non per scelta, ma perché la vita li ha chiamati altrove, per sempre. Li sento ancora, nelle giornate più dure, quando il vento è contrario e la barca cigola. Anche per loro si va avanti.

Per lunghi tratti in solitudine assoluta. A volte qualcuno è salito a bordo, ma quasi sempre per ragioni tutt'altro che nobili: salvare questo o quel prete in odore di trasferimento, non certo per amore della legalità. Qualche anno fa sembrava arrivata una vela potente, nera, capace di dare slancio alla battaglia — poi, com'era arrivata, se n'è andata, senza spiegazioni e senza rimpianti. Presto probabilmente ne arriverà un'altra, bianca questa volta. Già si sentono nell'aria le promesse, le belle parole, gli impegni solenni. Diffidatene. Le promesse qui hanno la consistenza della nebbia mattutina: evaporano prima che il sole sia alto.

Ma la barca non si ferma.

Non si ferma perché questa non è una battaglia personale contro qualcuno o a favore di qualcun altro. Non c'è nessun prete da difendere e nessuno da cacciare. C'è solo una cosa in gioco: il principio che la giustizia non si predica soltanto, si pratica. Che le regole esistono anche per chi porta la croce pettorale. Che vent'anni di illegalità non diventano legittimi solo perché ci si è abituati.

Si andrà avanti fino alle elezioni del nuovo parroco. Fino a quando queste parrocchie torneranno a vivere dentro la legalità che meritano.

Anche da soli, se necessario.

Soprattutto da soli, se necessario.

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