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Visualizzazione dei post da aprile, 2026

Bella Ciao non è di parte. È la nostra Costituzione che canta.

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Chi accusa questo inno di dividere l'Italia mente a se stesso — o sa benissimo cosa vuole cancellare dalla memoria collettiva. Una risposta dura a chi usa il 25 aprile per fare la vittima. Ieri, nell'Aula della Camera dei deputati, mentre si consumava il voto finale su un decreto sicurezza già definito incostituzionale dal Quirinale, i deputati dell'opposizione si sono alzati in piedi e hanno intonato Bella Ciao. Cartelli in mano: «La nostra sicurezza è la Costituzione». Era la vigilia del 25 aprile. Era, in ogni senso, il momento giusto. La reazione della destra è stata immediata, prevedibile, rivelatrice. Matteo Salvini — rimasto plasticamente seduto mentre i suoi alleati di Fratelli d'Italia cantavano l'Inno di Mameli — ha sentenziato: «Siamo qui per il decreto sicurezza, non è un festival canoro. Rispetto l'inno nazionale, ma quelli cantano Bella Ciao, mi sembra una mancanza di rispetto». Gianfranco Rotondi di FdI ha accusato l'opposizione di «cantare pe...

Ottanta candeline per Piano di Sorrento

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  Ottant'anni. Ottant'anni fa, in questo stesso giorno d'aprile, ti ridavano il nome. Un nome che sapeva di radici, di pietra lavica, di mare e di aranci — Piano di Sorrento . Era il 24 aprile 1946, e la Gazzetta Ufficiale portava stampate quelle parole che spezzavano diciannove anni di silenzio imposto: tu tornavi a esistere, libera, dopo che il regime ti aveva strappato a te stessa e consegnata a un'unione che non avevi scelto. Rinascevi come rinascono le cose vere — non tra squilli di tromba, ma con la dignità silenziosa di chi sa chi è. E in questi ottant'anni, mia cara, né hai vissuti di giorni. Nei tuoi uffici si sono alternati volti e voci, colleghi che ricordo con affetto genuino, ciascuno portando un pezzo della propria vita dentro le tue mura. Hai visto sfilare sindaci e commissari, politici che ti hanno amata con le opere e qualcuno che ti ha amata solo a parole — o peggio, che ti ha ferita. Ma tu, come tutte le cose che hanno radici profonde, sei rimas...

Gli Incappucciati e il Peso dei Secoli

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Martedì sera, in Piazza Cota, mentre la notte si faceva silenziosa e l'aria portava con sé il profumo antico della cera e della pietra bagnata, attendevo. Attendevo come si attende qualcosa che non è semplice arrivo, ma rivelazione. E fu allora che una voce, accanto a me, ruppe quel silenzio sacro con una domanda: "Ma perché non fanno tutto Corso Italia?" Una domanda innocente. Una domanda che spalanca un universo. Chi la pone non ha torto — ha semplicemente un altro paio di occhi. Occhi che guardano la superficie delle cose, lo scorrere visibile del corteo, le luci, i simboli, le vesti. Ma questi Riti non abitano la superficie. Abitano le profondità — quelle stesse profondità dove si sedimentano i secoli, dove le radici di un popolo affondano silenziose e tenaci come radici di ulivo nella roccia viva. Quello che si consuma il Martedì, il Giovedì e il Venerdì Santo non è uno spettacolo. Non nel senso freddo, consumabile del termine. Non esiste qui la distanza tra chi reci...