Era il 24 aprile 1946, e la Gazzetta Ufficiale portava stampate quelle parole che spezzavano diciannove anni di silenzio imposto: tu tornavi a esistere, libera, dopo che il regime ti aveva strappato a te stessa e consegnata a un'unione che non avevi scelto. Rinascevi come rinascono le cose vere — non tra squilli di tromba, ma con la dignità silenziosa di chi sa chi è.
E in questi ottant'anni, mia cara, né hai vissuti di giorni. Nei tuoi uffici si sono alternati volti e voci, colleghi che ricordo con affetto genuino, ciascuno portando un pezzo della propria vita dentro le tue mura. Hai visto sfilare sindaci e commissari, politici che ti hanno amata con le opere e qualcuno che ti ha amata solo a parole — o peggio, che ti ha ferita. Ma tu, come tutte le cose che hanno radici profonde, sei rimasta.
Hai visto tremare la terra nel 1980, e hai visto i tuoi figli non tornare dal mare — quelli della Marina d'Aequa, quelli del Moby Prince — nomi che bruciano ancora, lutti che non si archiviano.
Hai visto cambiare il tuo volto e, forse, qualcosa dell'anima di noi carottesi. Ma quella vena più vera, più antica, quella appartiene ancora a chi oggi si ferma un momento, in questo giorno ordinario senza bande né fuochi, e sente che è festa lo stesso. Che è festa di più, forse, proprio perché non lo sa nessuno — tranne noi.
Allora, mia Piano di Sorrento — auguri. Ottant'anni portati con la grazia di chi non ha bisogno di gridare per essere ascoltato. Auguri da chi ti porta nel sangue, nel cognome, nel suono della voce quando dice a casa.
Auguri, con tutto l'amore che ha la forma di un luogo.

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