01 aprile 2026

Gli Incappucciati e il Peso dei Secoli


Martedì sera, in Piazza Cota, mentre la notte si faceva silenziosa e l'aria portava con sé il profumo antico della cera e della pietra bagnata, attendevo. Attendevo come si attende qualcosa che non è semplice arrivo, ma rivelazione. E fu allora che una voce, accanto a me, ruppe quel silenzio sacro con una domanda: "Ma perché non fanno tutto Corso Italia?"


Una domanda innocente. Una domanda che spalanca un universo.

Chi la pone non ha torto — ha semplicemente un altro paio di occhi. Occhi che guardano la superficie delle cose, lo scorrere visibile del corteo, le luci, i simboli, le vesti. Ma questi Riti non abitano la superficie. Abitano le profondità — quelle stesse profondità dove si sedimentano i secoli, dove le radici di un popolo affondano silenziose e tenaci come radici di ulivo nella roccia viva.

Quello che si consuma il Martedì, il Giovedì e il Venerdì Santo non è uno spettacolo. Non nel senso freddo, consumabile del termine. Non esiste qui la distanza tra chi recita e chi osserva, tra il palco e la platea. Quella distanza si dissolve, si annulla, svanisce come nebbia al sole di marzo. Chi cammina e chi attende sono la stessa carne, lo stesso sangue, lo stesso respiro affannato nella notte. Siamo tutti, nessuno escluso, protagonisti di qualcosa che ci supera e ci abbraccia.

Sì — quegli incappucciati raccontano la Passione. I martìri che avanzano nel buio sono sillabe di un Vangelo che non si legge, si vive. Ma questa è soltanto la porta d'ingresso. Oltre quella porta si apre qualcosa di più antico, di più intimo, di più vertiginoso.

Quegli incappucciati siamo noi.

Sono il nostro popolo che cammina da secoli, che si riconosce in quelle figure come in uno specchio che non mente, che non dimentica, che non invecchia. Sono le nostre origini fatte carne e sacco e silenzio. Ed è per questo — solo per questo — che nonostante siano sempre uguali, nonostante non cambino, nonostante i decenni e i secoli scivolino via senza scalfirli, continuano a chiamarci. Continuano a trascinarci fuori di casa la sera, nella notte, nel freddo che sa ancora d'inverno, a fermarci sul ciglio della strada con il cuore stranamente stretto.

Perché quella non è l'attesa di uno spettacolo. È l'attesa di un incontro.

Un incontro con i nostri padri e i padri dei nostri padri, che dalla notte più lontana dei secoli avanzano verso di noi, ci sfiorano, ci sussurrano qualcosa che non ha parole ma che il cuore, il cuore soltanto, sa tradurre. E nell'istante stesso in cui li guardiamo passare, guardiamo anche avanti — verso coloro che non sono ancora nati, verso chi un giorno indosserà quel sacco o si fermerà come noi sul bordo della strada, con gli stessi occhi lucidi, con lo stesso nodo in gola inspiegabile e necessario.

Il tempo, in quei momenti, non scorre. Si arrotonda.

Ecco la forza segreta di questi Riti. Ecco ciò che li rende eterni mentre tutto attorno cambia, corre, si consuma. Ed ecco ciò che li separa — con un confine netto, invalicabile — da ogni altro evento che condivide con loro soltanto il calendario.

Gli incappucciati sono Storia. Storia che respira, che cammina, che ci guarda negli occhi.

Tutto il resto, per quanto luminoso, è e resta cronaca.

12 marzo 2026

PORTO DI MARINA DI CASSANO - LETTERA APERTA AL SIG. APONTE

Gentile signor Aponte,

ho deciso di indirizzarle questa lettera aperta come semplice cittadino di Piano di Sorrento, uno dei tanti carottesi che questa terra la vive ogni giorno, che ne custodisce i ricordi e che nel suo mare ha imparato a riconoscere una parte della propria identità.

Come tutti, ho appreso dagli organi di stampa del suo progetto di riqualificazione del porto di Marina di Cassano, che prevederebbe un ampliamento della struttura esistente, con l’aumento della capienza e la realizzazione di approdi idonei ad accogliere grandi yacht destinati ad un turismo di lusso. A questo si aggiungerebbero ulteriori interventi sul borgo marinaro e perfino la realizzazione di un collegamento tramite ascensore tra Villa Fondi e la Marina di Cassano.

Il tutto per un investimento di oltre quaranta milioni di euro che, secondo quanto riportato, sarebbe sostenuto interamente dalla sua società e animato dal desiderio di lasciare un segno tangibile nella terra delle sue origini, onorando gli antenati che da questi stessi lidi partirono in cerca di fortuna.

Le confesso che, pur apprezzando la nobiltà delle intenzioni, il suo progetto non mi entusiasma affatto. Anzi, lo vedo come un intervento destinato a deturpare quel poco di bellezza naturale che ancora ammanta il nostro territorio, a vantaggio di pochi e a discapito dell’intera collettività.

È bene dirlo con chiarezza: io ero già contrario alla costruzione del porto esistente e, a maggior ragione, considero oggi il suo ampliamento una sventura da evitare ad ogni costo.

Le ragioni di questa posizione sono semplici e riguardano la tutela di noi carottesi, gente comune, gente semplice, gente che nella stragrande maggioranza dei casi non possiede panfili né yacht, ma che spesso fatica semplicemente ad arrivare alla fine del mese.

Il porto, inevitabilmente, sottrae spazio alla libera balneazione e trasforma una risorsa naturale come il mare in qualcosa che diventa accessibile solo a chi può permettersi di pagare. Eppure il mare, per noi, non è mai stato un lusso: è sempre stato parte della nostra vita.

Vede, signor Aponte, la Marina di Cassano dalla quale partirono i suoi avi era un piccolo paradiso. Un borgo autentico di pescatori e maestri d’ascia, dove la modesta banchina bastava e avanzava per l’attracco dei pescherecci e delle cianciole. Tutto il resto era spiaggia, mare, vita.

L’arenile restava libero e aperto a tutti: alle famiglie, ai bambini, ai ragazzi che trascorrevano intere giornate tra il sole e l’acqua. Si giocava a racchettoni, si tracciavano con pazienza le “piste” sulla sabbia per far correre le biglie o i semplici tappi di bottiglia.

Il mare era un bene comune, non un privilegio.

Ricordo che lungo tutto il borgo sgorgavano fresche sorgenti d’acqua: servivano per dissetarsi, ma anche per tenere in fresco cocomeri e bibite durante le calde giornate d’estate. Era una vita semplice, autentica, fatta di piccole cose che oggi sembrano quasi appartenere ad un altro mondo.

Io lì ho trascorso la mia infanzia. E sono certo che, in qualche modo, anche i suoi antenati abbiano conosciuto quella stessa bellezza.

Poi arrivò la decisione di costruire il porto.

Un’enorme colata di cemento che ha cambiato per sempre il volto della Marina. Un’opera che non ha portato alcun beneficio reale alla comunità carottese — se non a pochi soggetti che ne traggono profitto — ma che ha sottratto moltissimo alla collettività.

Quel porto non serve ai carottesi.
La stragrande maggioranza di noi non possiede imbarcazioni da ormeggiare, né tantomeno yacht. Molti di noi, semplicemente, lavorano duramente per mantenere le proprie famiglie e cercano di vivere con dignità.

So che può essere difficile da immaginare per chi appartiene ad un mondo diverso, ma la verità è che tante persone faticano ogni mese ad arrivare alla fine. E se a queste persone si sottrae anche la possibilità di accedere liberamente al mare — costringendole a pagare per ciò che un tempo era di tutti — allora si compie un’ingiustizia ancora più grande.

Oggi quel porto è diventato poco più che un dormitorio per imbarcazioni di passaggio, spesso utilizzate da chi trascorre le proprie giornate altrove, magari tra Capri e la Costiera Amalfitana.

Per Piano di Sorrento non c’è stato alcun reale indotto economico.
E comunque, mi creda, non esiste somma di denaro capace di compensare il bene pubblico che ci è stato sottratto.

Ecco perché, se davvero desidera lasciare un segno degno nella terra dei suoi avi, le suggerisco un gesto molto diverso da quello che oggi viene prospettato.

Utilizzi quel capitale non per ampliare il porto, non per aggiungere altra colata di cemento su una costa già duramente segnata, ma per compiere un atto di coraggio: demolire il porto esistente e restituire alla Marina di Cassano il volto che aveva fino a qualche decennio fa.

Faccia rinascere il borgo dei pescatori.
Ricrei le piccole trattorie di cucina semplice e genuina.
Restituisca spazio alle botteghe dei maestri d’ascia, dalle cui mani sapienti nascevano i meravigliosi gozzi sorrentini.

Faccia tornare la Marina un luogo a misura d’uomo, dove possano incontrarsi il carottese e il turista, magari arrivato su una vecchia e scalcinata Fiat 500 e non su uno yacht di trenta metri.

Restituisca il mare alla gente di questa terra.
A chi non può permettersi vacanze esotiche, a chi non può pagare i prezzi degli stabilimenti, a chi desidera semplicemente camminare sull’arenile, giocare a racchettoni con i figli o sedersi a guardare il tramonto.

Se farà questo, le assicuro che i suoi antenati saranno ricordati con gratitudine sincera da tutti noi.

Mi auguro infine che i sindaci del territorio non cedano a pressioni o ultimatum.
E se dovessero decidere di rispondere alla sua proposta, mi auguro che lo facciano con la semplicità e la dignità che la situazione richiede.

Basterebbero due parole:

“No, grazie.”

                                                                                                                  Domenico Cinque 

10 gennaio 2026

Ma quando è nato Piano di Sorrento? Una riflessione storico-giuridica

 


 

La domanda posta nel titolo non è meramente celebrativa né nominalistica, ma investe un nodo centrale della storia istituzionale locale: l’identità giuridica del Comune di Piano di Sorrento. L’opinione secondo cui l’attuale Comune sarebbe nato nel 1808 è ampiamente diffusa e, in occasione del bicentenario celebrato nel 2008, è stata assunta quasi come dato incontrovertibile. Tuttavia, un’analisi rigorosa delle fonti normative e della storia amministrativa suggerisce una lettura più problematica e, per certi aspetti, radicalmente diversa.

È indubbio che il 9 gennaio 1808 rappresenti una data di grande rilievo storico. In quel giorno, con decreto del Re di Napoli e di Sicilia Giuseppe Napoleone Bonaparte, l’Università del Piano ottenne l’autonomia dall’Università di Sorrento, acquisendo piena soggettività amministrativa. Da quel momento Piano divenne un ente distinto, dotato di autonomia propria. Tale ente, nel corso del XIX secolo, consolidò la propria fisionomia istituzionale: nel 1864 assunse la denominazione ufficiale di Piano di Sorrento e nel 1866, con la nascita del Comune di Sant’Agnello, vide definire in modo pressoché definitivo il proprio assetto territoriale.

Fino a questo punto, la continuità dell’ente appare evidente. Tuttavia, il nodo decisivo della questione emerge nel XX secolo, e precisamente nel 1927. Con il regio decreto del 18 maggio 1927, emanato nell’ambito della riorganizzazione amministrativa imposta dal regime fascista, il Comune di Piano di Sorrento cessò formalmente di esistere. Non si trattò di una mera fusione paritaria né di una temporanea sospensione delle funzioni: l’ente venne giuridicamente soppresso e inglobato nel Comune di Sorrento, insieme ai Comuni di Meta e Sant’Agnello.

Questo passaggio costituisce una cesura istituzionale netta. Dal punto di vista del diritto amministrativo, la soppressione di un comune comporta l’estinzione della sua personalità giuridica. Con il provvedimento del 1927, l’ente nato nel 1808 perde definitivamente la propria autonomia, i propri organi e la propria continuità amministrativa. In altri termini, quel Comune termina la propria esistenza storica e giuridica.

È proprio su questo punto che si fonda la tesi qui sostenuta: non può esistere continuità tra un ente soppresso e un ente successivamente ricostituito, se tra i due non vi è continuità giuridica. Quando, il 24 aprile 1946, Piano di Sorrento viene nuovamente scorporato dal Comune di Sorrento e ricostituito come ente autonomo, non si assiste alla “riattivazione” del Comune del 1808, bensì alla nascita di un nuovo soggetto giuridico, seppur insistente sul medesimo territorio e portatore della medesima denominazione.

La differenza non è solo formale, ma sostanziale. Tra il 1927 e il 1946 manca qualunque continuità amministrativa: non vi sono organi elettivi propri, non vi è autonomia contabile, non vi è personalità giuridica distinta. Il Comune di Piano di Sorrento, in quel periodo, non esiste come ente. Pertanto, l’attuale Comune non può rivendicare una linea di continuità diretta con quello istituito nel 1808, poiché tale linea è stata interrotta da un atto di soppressione pienamente efficace sul piano giuridico.

Alla luce di queste considerazioni, risulta storicamente legittimo — e giuridicamente più corretto — affermare che l’attuale Comune di Piano di Sorrento nasca il 24 aprile 1946, data dalla quale decorre una continuità amministrativa ininterrotta fino ai giorni nostri. Di conseguenza, il 2026 segna l’ottantesimo anniversario della nascita del Comune così come oggi lo conosciamo.

Questa ricorrenza assume un valore simbolico ancora più forte se collocata nel contesto storico nazionale: l’80º anniversario della ricostituzione del Comune coincide con l’80º anniversario della Repubblica Italiana e con l’affermazione del suffragio universale femminile. Tre eventi accomunati da un medesimo significato: la rinascita della democrazia, delle autonomie locali e dei diritti civili. Celebrare il 2026 significa, dunque, non solo ricordare una data, ma riaffermare un’identità fondata sulla libertà, sull’autogoverno e sulla partecipazione democratica.

EVENTI A PIANO DI SORRENTO

Per tutte le informazioni sugli eventi a Piano di Sorrento vista http://piano200.blogspot.com curato dallo stesso autore di questo blog