Ogni 24 maggio, ricordare il Conte Rosso significa ridare voce alla più grande tragedia della marineria italiana nella Seconda guerra mondiale — e a chi in quel mare non ha avuto neppure una tomba.
24 maggio 2026 · Storia & Memoria · 85° anniversario
L'affondamento
Il piroscafo Conte Rosso, transatlantico varato nel 1914 per il Lloyd Sabaudo, era stato requisito in guerra per il trasporto truppe verso il Nord Africa. Il 24 maggio 1941 salpò da Napoli alle 4.40 del mattino, diretto in Libia, all'interno di un convoglio scortato da cacciatorpediniere e torpediniere, con a bordo 2.729 uomini tra soldati, marinai ed equipaggio.
La navigazione proseguì fino alle 20.40, quando al largo di Siracusa — circa dieci miglia a est di Capo Murro di Porco — il convoglio venne intercettato dal sommergibile britannico HMS Upholder. Due siluri colpirono in pieno il Conte Rosso, che affondò di prua in pochissimi minuti, trascinando con sé centinaia di uomini imprigionati nelle stive.
I numeri di una tragedia immensa
| 2.729 | uomini a bordo |
| 1.297 | caduti |
| 1.432 | superstiti |
| 239 | salme recuperate |
Su 2.729 persone imbarcate, i superstiti furono 1.432, recuperati dalle unità di scorta nelle ore immediatamente successive all'affondamento. Morirono 1.297 militari e militarizzati: il più alto numero di vittime in un singolo affondamento di nave italiana prima dell'armistizio — un primato di dolore che ha segnato per sempre la nostra storia.
Le salme recuperate furono soltanto 239, mentre oltre mille uomini rimasero dispersi per sempre sul fondo del mare. Il relitto del Conte Rosso giace ancora oggi al largo di Siracusa, nelle acque profonde del mar Ionio, custode silenzioso di quei nomi e di quelle vite spezzate.
Il silenzio del regime
Nonostante l'enormità della tragedia, il regime fascista scelse di minimizzare e coprire la gravità dell'accaduto, trasformando quel lutto nazionale in una notizia filtrata, ridotta, quasi sussurrata. Dopo i primi momenti di commozione, i quasi 1.300 caduti del Conte Rosso finirono rapidamente nel dimenticatoio, cancellati dalla propaganda di guerra che non poteva ammettere una sconfitta così dolorosa.
Così, per decenni, di quel 24 maggio si è ricordata soprattutto la data della Grande Guerra, mentre un altro 24 maggio — quello del 1941, in mezzo al mare, tra l'acciaio che affonda e le urla nel buio — è rimasto in gran parte ignorato.
Eppure, quell'affondamento è stato definito il più grande disastro della storia della Marina italiana nella Seconda guerra mondiale: simbolo di un dolore collettivo che avrebbe meritato ben altra memoria.
Una memoria che è anche personale
Per me questo 85° anniversario non è solo una pagina di storia: in quella notte, tra quelle onde, è morto anche mio nonno, di cui porto il nome, e il suo corpo non venne mai ritrovato. Come lui, tanti altri rimasero dispersi, senza una tomba su cui portare un fiore, affidati per sempre all'abbraccio del mare.
Ricordare oggi il Conte Rosso significa restituire dignità a quei volti, a quei nomi, a quelle famiglie che hanno pianto in silenzio, spesso senza sapere davvero cosa fosse accaduto. Significa rompere il silenzio che il fascismo volle calare su questa tragedia e affermare che nessun sacrificio umano può essere nascosto in nome della propaganda o dell'orgoglio nazionale.
Un impegno di memoria
Nel giorno del suo 85° anniversario, il nostro pensiero va ai 1.297 caduti del Conte Rosso, ai 1.432 superstiti che portarono per sempre negli occhi quelle immagini, e alle città — come Siracusa e Augusta — che li accolsero e li piansero. A loro dobbiamo una promessa: che il loro nome non sia più soltanto una nota a piè di pagina nei libri di storia, ma un monito vivo contro ogni guerra e contro ogni menzogna di regime.
Perché la memoria non restituisce la vita, ma può dare finalmente giustizia. E, almeno per un giorno, può riportare a galla dal silenzio del mare anche mio nonno — e tutti coloro che con lui non sono mai tornati a casa.
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