02 giugno 2026

2 GIUGNO 1946 – 2 GIUGNO 2026 Ottant'anni di Repubblica: come votarono i cittadini di Piano di Sorrento

 

Il 2 giugno 2026 l'Italia celebra l'80° anniversario del Referendum istituzionale che segnò una delle svolte più importanti della storia nazionale. In quella giornata gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica, determinando la forma dello Stato che ancora oggi caratterizza il nostro Paese.

Fu una data storica anche perché, per la prima volta in una consultazione politica nazionale, votarono le donne italiane, inaugurando una nuova stagione di partecipazione democratica.

A distanza di ottant'anni, i dati conservati negli archivi elettorali consentono di ricostruire come si espresse la comunità di Piano di Sorrento in quel lontano 2 giugno 1946.

Piano di Sorrento torna Comune autonomo

Quando si svolse il referendum, Piano di Sorrento aveva da poche settimane riacquistato la propria autonomia amministrativa. L'unificazione con il Comune di Sorrento cessò infatti il 24 aprile 1946, poco più di un mese prima della consultazione elettorale.

I cittadini carottesi parteciparono quindi al referendum come comunità nuovamente indipendente, scrivendo una delle prime pagine della propria storia amministrativa contemporanea.

I numeri del Referendum a Piano di Sorrento

Gli elettori iscritti nelle liste elettorali erano 4.692.

Alle urne si recarono 4.063 cittadini, con un'affluenza dell'86,59%, dato particolarmente elevato che testimonia il forte coinvolgimento della popolazione in un momento decisivo per il futuro dell'Italia.

Risultati del Referendum istituzionale

VoceNumero
Elettori4.692
Votanti4.063
Affluenza86,59%
Voti validi3.822
Schede bianche182
Schede non valide (bianche incluse)241

Repubblica o Monarchia?

A differenza del risultato nazionale, che vide prevalere la Repubblica, Piano di Sorrento espresse una netta preferenza per la Monarchia.

SceltaVotiPercentuale
Monarchia3.42889,69%
Repubblica39410,31%

Il dato evidenzia una delle caratteristiche del voto espresso in gran parte dell'Italia meridionale, dove il sostegno alla Monarchia risultò particolarmente forte.



L'elezione dell'Assemblea Costituente

Nella stessa giornata gli italiani elessero anche l'Assemblea Costituente, incaricata di redigere la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.

Anche a Piano di Sorrento la partecipazione fu elevata:

  • Elettori: 4.692

  • Votanti: 4.063 (86,59%)

  • Schede non valide: 358

Tra le liste in competizione emerse con ampio margine la Democrazia Cristiana.

Risultati delle principali liste

ListaVoti%
Democrazia Cristiana2.32562,79%
Unione Democratica Nazionale49313,31%
Fronte dell'Uomo Qualunque2827,61%
Blocco Nazionale Libertà2346,32%
PCI1604,32%
PSIUP1002,70%
Altre liste511,38%
CDR200,54%
IND180,49%
Partito d'Azione90,24%
Partito Monarchico Rinnovato90,24%
PRI40,11%


Un documento prezioso della memoria democratica

I dati del referendum del 2 giugno 1946 rappresentano una testimonianza preziosa della storia civile di Piano di Sorrento. Attraverso i numeri emerge il profilo di una comunità profondamente coinvolta nella vita democratica del Paese e pronta a partecipare alle scelte che avrebbero segnato il futuro dell'Italia.

Ottant'anni dopo, la Festa della Repubblica continua a ricordarci il valore del voto, della partecipazione e delle istituzioni democratiche nate da quella straordinaria stagione di ricostruzione nazionale.

Celebrare il 2 giugno significa dunque ricordare non solo una data fondamentale della storia italiana, ma anche il contributo che migliaia di cittadini di Piano di Sorrento offrirono alla costruzione della democrazia repubblicana.

24 maggio 2026

Il Conte Rosso: la grande strage dimenticata del mare italiano

 



Ogni 24 maggio, ricordare il Conte Rosso significa ridare voce alla più grande tragedia della marineria italiana nella Seconda guerra mondiale — e a chi in quel mare non ha avuto neppure una tomba.


24 maggio 2026 · Storia & Memoria · 85° anniversario


L'affondamento

Il piroscafo Conte Rosso, transatlantico varato nel 1914 per il Lloyd Sabaudo, era stato requisito in guerra per il trasporto truppe verso il Nord Africa. Il 24 maggio 1941 salpò da Napoli alle 4.40 del mattino, diretto in Libia, all'interno di un convoglio scortato da cacciatorpediniere e torpediniere, con a bordo 2.729 uomini tra soldati, marinai ed equipaggio.

La navigazione proseguì fino alle 20.40, quando al largo di Siracusa — circa dieci miglia a est di Capo Murro di Porco — il convoglio venne intercettato dal sommergibile britannico HMS Upholder. Due siluri colpirono in pieno il Conte Rosso, che affondò di prua in pochissimi minuti, trascinando con sé centinaia di uomini imprigionati nelle stive.


I numeri di una tragedia immensa

2.729 uomini a bordo
1.297 caduti
1.432 superstiti
239 salme recuperate

Su 2.729 persone imbarcate, i superstiti furono 1.432, recuperati dalle unità di scorta nelle ore immediatamente successive all'affondamento. Morirono 1.297 militari e militarizzati: il più alto numero di vittime in un singolo affondamento di nave italiana prima dell'armistizio — un primato di dolore che ha segnato per sempre la nostra storia.

Le salme recuperate furono soltanto 239, mentre oltre mille uomini rimasero dispersi per sempre sul fondo del mare. Il relitto del Conte Rosso giace ancora oggi al largo di Siracusa, nelle acque profonde del mar Ionio, custode silenzioso di quei nomi e di quelle vite spezzate.


Il silenzio del regime

Nonostante l'enormità della tragedia, il regime fascista scelse di minimizzare e coprire la gravità dell'accaduto, trasformando quel lutto nazionale in una notizia filtrata, ridotta, quasi sussurrata. Dopo i primi momenti di commozione, i quasi 1.300 caduti del Conte Rosso finirono rapidamente nel dimenticatoio, cancellati dalla propaganda di guerra che non poteva ammettere una sconfitta così dolorosa.

Così, per decenni, di quel 24 maggio si è ricordata soprattutto la data della Grande Guerra, mentre un altro 24 maggio — quello del 1941, in mezzo al mare, tra l'acciaio che affonda e le urla nel buio — è rimasto in gran parte ignorato.

Eppure, quell'affondamento è stato definito il più grande disastro della storia della Marina italiana nella Seconda guerra mondiale: simbolo di un dolore collettivo che avrebbe meritato ben altra memoria.


Una memoria che è anche personale

Per me questo 85° anniversario non è solo una pagina di storia: in quella notte, tra quelle onde, è morto anche mio nonno, di cui porto il nome, e il suo corpo non venne mai ritrovato. Come lui, tanti altri rimasero dispersi, senza una tomba su cui portare un fiore, affidati per sempre all'abbraccio del mare.

Ricordare oggi il Conte Rosso significa restituire dignità a quei volti, a quei nomi, a quelle famiglie che hanno pianto in silenzio, spesso senza sapere davvero cosa fosse accaduto. Significa rompere il silenzio che il fascismo volle calare su questa tragedia e affermare che nessun sacrificio umano può essere nascosto in nome della propaganda o dell'orgoglio nazionale.


Un impegno di memoria

Nel giorno del suo 85° anniversario, il nostro pensiero va ai 1.297 caduti del Conte Rosso, ai 1.432 superstiti che portarono per sempre negli occhi quelle immagini, e alle città — come Siracusa e Augusta — che li accolsero e li piansero. A loro dobbiamo una promessa: che il loro nome non sia più soltanto una nota a piè di pagina nei libri di storia, ma un monito vivo contro ogni guerra e contro ogni menzogna di regime.

Perché la memoria non restituisce la vita, ma può dare finalmente giustizia. E, almeno per un giorno, può riportare a galla dal silenzio del mare anche mio nonno — e tutti coloro che con lui non sono mai tornati a casa.

14 maggio 2026

Il Sindaco del Sì


Tutto dipende, in questa vita, dal punto di vista.

Riguardo al progetto di porto a Marina di Cassano, promosso dalla società riconducibile all'imprenditore Aponte, il sindaco di Sant'Agnello ha pronunciato un netto e convinto . Un sì al benessere dei propri concittadini, un sì alla difesa di un ambiente e di una costa già ampiamente compromessi, un sì alle generazioni future alle quali questo territorio andrà consegnato. Sì coraggiosi, perché contrapposti all'interesse privato di chi intende realizzare un'opera imponente su un demanio pubblico, presentandola come un dono alla collettività. Un dono che nessun cittadino di Carotto o di Sant'Agnello aveva richiesto, né avvertiva come necessario.

La realtà è semplice: nessuno di noi — che fatica a far quadrare i conti a fine mese — possiede imbarcazioni di lusso da ormeggiare in questo porto. Ciò che invece avvertiamo tutti, e con urgenza, è il bisogno di riappropriarci dei nostri litorali. Vogliamo che i nostri figli abbiano spazio per giocare sulla spiaggia. Vogliamo poter raggiungere il mare liberamente, senza pagare pedaggi a strutture private che occupano ciò che per legge appartiene a tutti. Le concessioni balneari andrebbero progressivamente convertite in spiagge libere attrezzate: chi desidera servizi aggiuntivi ha tutto il diritto di pagarli, ma chi vuole semplicemente godersi il mare deve poterlo fare gratuitamente, su ogni metro del nostro litorale.

Leggendo i dettagli del progetto che emergono progressivamente, si millanta un incremento della superficie dell'arenile. Ammesso e non concesso che ciò corrisponda al vero, il prezzo sarebbe trasformare la spiaggia di Caterina in un bacino chiuso, con un varco minimo di scambio idrico con il mare aperto. Non un ampliamento della costa, ma una sua radicale trasformazione, a tutto vantaggio dell'opera portuale e a scapito della fruizione pubblica.

Sul piano economico, è lecito chiedersi quali benefici concreti avrebbe portato alla comunità locale un porto di questa natura. Chi vi avrebbe ormeggiato — una clientela d'élite orientata verso mete come la Costiera Amalfitana e Capri — avrebbe utilizzato la struttura come semplice base notturna, senza alcun reale indotto per il commercio locale, la ristorazione o l'ospitalità del territorio. Il vantaggio economico per la comunità sarebbe stato, nella migliore delle ipotesi, marginale.

Ciò che invece sarebbe stato ceduto è un bene irrecuperabile: metri quadrati di demanio pubblico, proprietà collettiva, in cambio di un'infrastruttura che avrebbe servito interessi privati.

Quando l'imprenditore definisce sul Mattino la posizione del sindaco come "delirio di onnipotenza", il ragionamento che ne emerge è sconcertante — e, per certi versi, familiare. Ricorda la logica con cui Donald Trump rivendica la Groenlandia, Panama, Cuba, il Venezuela: voglio quella cosa, dunque è mia di diritto, e chi si oppone è arrogante perché non si inchina al dio denaro. Chi persegue un interesse privato si indigna; chi difende l'interesse pubblico viene accusato di tracotanza. È una logica che non regge, né a Washington né a Sant'Agnello. Da imprenditore, Aponte può legittimamente dispiacersi per un'operazione che non si è concretizzata. Ma da cittadino di Sant'Agnello — come egli stesso si definisce — dovrebbe essere il primo a rallegrarsi che la costa non venga ulteriormente compromessa, e che, per una volta, l'interesse collettivo prevalga su quello del capitale privato.

Se davvero il suo obiettivo fosse lasciare un'eredità positiva al territorio dove è cresciuto, le strade non mancano: il restauro di una scuola, l'istituzione di una fondazione, una borsa di studio per i giovani meritevoli. Strumenti concreti di mecenatismo, senza secondi fini.

Per ora, almeno questo scempio è stato scongiurato. Ora la sfida successiva è altrettanto chiara: avviare la riqualificazione dell'attuale struttura portuale, riducendola alle dimensioni originali, e restituire finalmente dignità alla nostra Marina.

11 maggio 2026

Corrado Catenacci, un signore di altri tempi


 

A marzo se n'è andato il dottor Corrado Catenacci. Forse il suo nome non dirà nulla a molti di voi — e questo, in fondo, è già una piccola tristezza. Eppure, se un giorno entrate nella sala consiliare del Comune di Piano di Sorrento e percorrete con gli occhi quella lista di sindaci incisa nella memoria collettiva di un paese, il suo nome lo trovate lì, silenzioso e fedele. Il Prefetto Catenacci fu commissario del nostro comune nel 1966 e nel 1967, e in quegli anni — brevi come un'estate — cambiò per sempre la vita di persone che non avrebbero mai dimenticato.

C'era tra loro mio padre.

Da anni si trascinava un contratto a tempo determinato, rinnovato ogni tre mesi come se la vita potesse esistere a rate, come se costruire un futuro fosse un lusso che qualcuno ti concedeva o ti revocava con una firma. Poi arrivò Catenacci, e quella precarietà finì. Non con indifferenza burocratica, non con la fredda efficienza di chi fa solo il suo dovere — ma con la consapevolezza di chi sa che dietro ogni pratica c'è un uomo, dietro ogni contratto c'è una famiglia che aspetta di nascere.

E mio padre, finalmente libero di guardare avanti, decise di sposarsi.

La data delle nozze cadeva però in un momento delicato, con scadenze di lavoro che il Commissario non poteva ignorare. E allora Catenacci — un prefetto, un rappresentante dello Stato — non emanò un ordine. Chiese una cortesia. Chiese, con la grazia di chi non dimentica di essere anche un essere umano, se fosse possibile rimandare le nozze di qualche settimana. E in cambio, disse, sarebbe stato il testimone di nozze.

Così fu.

Penso spesso a quella scena — a mio padre e a quell'uomo stringersi la mano davanti a un altare, in un pomeriggio di giugno che profumava di gelsomini e di futuro. E penso che se oggi sono qui, un pochino lo devo anche a lui. A quella gentilezza improbabile, a quella firma messa su un contratto che era anche un atto di fede nell'altro.

Perché allora il comune era ancora una famiglia. Le cose si chiedevano per cortesia, anche quando a chiederle era un Commissario Prefettizio. La fiducia, una volta data, non si ritirava per convenienza — perché si sapeva, si sentiva, che il rapporto umano vale più di qualsiasi calcolo. E le ricompense erano spesso solo simboliche, ma almeno erano vere: indicavano gratitudine, e la gratitudine è una forma di giustizia.

Catenacci non dimenticò mio padre nemmeno dopo, quando gli incarichi più importanti lo portarono lontano. Quando tornava a Piano, voleva incontrarlo. Voleva incontrare anche mia madre. Aveva quella rara qualità di chi non considera le persone degli strumenti utili per un momento, ma degli incontri degni di durata.

Un signore di altri tempi.

Oggi che i tempi sono fatti di convenienza e di freddo calcolo, oggi che il rispetto per le sensibilità altrui è diventato merce sempre più rara, mi fermo un momento su questo nome inciso in una sala che pochi frequentano. E mi chiedo quante famiglie, quante vite, quanti figli nati da padri a cui qualcuno aveva finalmente detto mi fido — mi chiedo quante di quelle vite portino ancora, senza saperlo, l'impronta silenziosa di quest'uomo.

Riposi in pace, dottor Catenacci. E grazie.

25 aprile 2026

Bella Ciao non è di parte. È la nostra Costituzione che canta.



Chi accusa questo inno di dividere l'Italia mente a se stesso — o sa benissimo cosa vuole cancellare dalla memoria collettiva. Una risposta dura a chi usa il 25 aprile per fare la vittima.

Ieri, nell'Aula della Camera dei deputati, mentre si consumava il voto finale su un decreto sicurezza già definito incostituzionale dal Quirinale, i deputati dell'opposizione si sono alzati in piedi e hanno intonato Bella Ciao. Cartelli in mano: «La nostra sicurezza è la Costituzione». Era la vigilia del 25 aprile. Era, in ogni senso, il momento giusto.

La reazione della destra è stata immediata, prevedibile, rivelatrice. Matteo Salvini — rimasto plasticamente seduto mentre i suoi alleati di Fratelli d'Italia cantavano l'Inno di Mameli — ha sentenziato: «Siamo qui per il decreto sicurezza, non è un festival canoro. Rispetto l'inno nazionale, ma quelli cantano Bella Ciao, mi sembra una mancanza di rispetto». Gianfranco Rotondi di FdI ha accusato l'opposizione di «cantare per dividere». E così, puntuale come ogni anno, è tornata la liturgia del risentimento: Bella Ciao come canto divisivo, di parte, inappropriato.


È una menzogna. Ed è ora di dirlo chiaramente.

Chi dice che Bella Ciao è un canto divisivo sa benissimo cosa sta facendo: sta chiedendo alla memoria della Resistenza di scusarsi per esistere.


Il trucco retorico da smontare una volta per tutte

L'accusa di «dividere» è il più furbo degli escamotage politici. Funziona così: si prende un simbolo della lotta antifascista, lo si accusa di essere «di parte», e si chiede a chi lo canta di fare un passo indietro in nome dell'unità nazionale. L'unità, ovviamente, alle condizioni di chi quel simbolo vorrebbe cancellare.

Ma fermiamoci un secondo su chi lancia questa accusa. Sono gli stessi che siedono in parlamento senza aver mai fatto i conti con le origini del proprio movimento politico. Sono gli stessi che eleggono presidenti del Senato capaci di equiparare partigiani e repubblichini. Sono gli stessi che ogni anno balbettano sul 25 aprile, lo disertano, lo svuotano, lo riempiono di distinguo. E poi — con la faccia di bronzo che solo una certa cultura politica riesce a sfoggiare — si ergono a difensori dell'unità nazionale contro chi canta un inno partigiano.

Nicola Fratoianni ha usato la parola giusta: ipocrisia. «Sentire dire in Aula che cantare Bella Ciao, che viaggia sotto braccio all'inno, è un atto divisivo, rivela l'ipocrisia pelosa del vostro appello all'unità.» Aggiungendo: «Proporre leggi che dichiarano gli antifa fuorilegge è l'opposto della costruzione dell'unità.» Un'osservazione chirurgica. Chi vuole unità non dichiara fuorilegge chi si oppone al fascismo.

Cosa è davvero Bella Ciao

Bella Ciao non è una canzone della sinistra italiana. Non è un inno di partito. Non appartiene al PD, né al M5S, né ad AVS. Appartiene alla storia. Nata nelle risaie della Pianura Padana, adottata dai partigiani durante la lotta di Liberazione, è diventata nel corso dei decenni il simbolo universale di chiunque si opponga all'oppressione. La cantano le donne iraniane in rivolta contro il regime degli ayatollah. La cantano i manifestanti per la democrazia in Bielorussia. La cantano i movimenti per i diritti umani da Buenos Aires a Seoul. La serie televisiva spagnola La Casa di Carta l'ha portata in cento Paesi, trasformandola nell'inno planetario di chi rifiuta la rassegnazione.


Qualcuno andrà a spiegare anche a loro che stanno «dividendo»? Che mancano di rispetto alle istituzioni?

La verità è che Bella Ciao divide solo in un senso molto preciso: divide chi ha scelto la libertà da chi ha scelto il contrario. Divide chi combatteva la dittatura da chi la sosteneva. È una divisione che risale a ottant'anni fa, ma che — come dimostrano le polemiche di ogni 25 aprile — non è mai stata davvero superata.

Bella Ciao è risuonata a Teheran, a Minsk, a Buenos Aires. Se la destra italiana la teme ancora, forse sa qualcosa che non dice.


Il fondamento che si vuole dimenticare

C'è una cosa che la polemica su Bella Ciao sistematicamente omette: la Resistenza non è un'opinione. È il fondamento giuridico e morale della Repubblica Italiana. La Costituzione del 1948 nasce dalla lotta partigiana. La XII disposizione transitoria e finale vieta esplicitamente la riorganizzazione del partito fascista. I valori che animano quell'inno — la libertà, la dignità, la giustizia contro la tirannia — sono gli stessi valori che sono stati tradotti in norme costituzionali.

Quando i deputati cantano Bella Ciao nella Camera della Repubblica, non stanno facendo uno spettacolo. Stanno ricordando a quell'Aula da dove viene il mandato che le è stato affidato. Stanno citando la fonte. Stanno leggendo il preambolo non scritto della Carta costituzionale.

Chiara Braga del PD, con il fazzoletto dell'Anpi al collo, ha detto la cosa più semplice e più vera: «Il 25 aprile è divisivo solo per chi ha nostalgie che noi non accetteremo mai». È esattamente così. La Festa della Liberazione non è divisiva in sé. Lo diventa soltanto per chi quelle nostalgie le coltiva, anche solo inconsciamente, anche solo nel fastidio che prova quando sente quelle note.

L'unità che non chiede alla memoria di tacere

Ogni anno la destra italiana invoca l'unità nazionale sul 25 aprile. «Non è la festa della sinistra, è la festa dell'Italia liberata», dice la deputata leghista Laura Cavandoli — mentre il suo partito si astiene dal cantare l'Inno di Mameli in Parlamento. Le parole sono giuste. Il problema è che restano parole, svuotate di significato da comportamenti che le contraddicono sistematicamente.

La vera unità sul 25 aprile richiederebbe una cosa sola: riconoscere senza ambiguità che il fascismo era il male, che chi lo combatteva aveva ragione, e che la Resistenza è la pietra fondante di tutto ciò che siamo come Paese. Non distinguo, non «anche dall'altra parte c'erano vittime», non equivalenze tra oppressori e liberatori. Solo chiarezza.


Fino a quel momento, l'appello all'unità suona come una richiesta di resa. Come se il canto partigiano dovesse abbassare la voce per non disturbare chi non ha ancora fatto pace con quella storia. No. Non funziona così. L'unità vera si costruisce a partire dalla verità condivisa, non dalla sua rimozione.


L'unità che chiede a Bella Ciao di tacere non è unità. È amnesia travestita da concordia.


Ieri alla Camera: la scena che vale più di mille discorsi

Tenete questa immagine in mente: 24 aprile 2026, ore pomeridiane, Aula della Camera dei deputati. Il governo fa approvare — con 162 voti contro 102, dopo una seduta fiume di due giorni, grazie alla fiducia e a un decreto correttivo necessario per tappare i buchi di incostituzionalità — un provvedimento di sicurezza contestato. Alla vigilia del giorno in cui l'Italia celebra la propria liberazione dal nazifascismo.

Di fronte a questo, i deputati dell'opposizione si alzano, cantano, espongono cartelli. Angelo Bonelli dirige il coro con le mani. Chiara Braga porta il fazzoletto dell'Anpi. Riccardo Ricciardi del M5S cita i luoghi della Resistenza. Un deputato viene espulso dall'Aula. La seduta viene sospesa.

Dall'altra parte: Salvini seduto, immobile, mentre il suo stesso inno nazionale risuona nell'emiciclo. E poi, nel Transatlantico, quella sentenza sul «festival canoro».

Non serve aggiungere molto. La scena parla da sola. Da una parte chi canta la libertà; dall'altra chi non riesce nemmeno ad alzarsi per la propria Patria, ma trova il tempo di criticare chi si alza per i valori fondativi della Repubblica.


Bella Ciao è sopravvissuta al fascismo, alla guerra fredda, ai tentativi di appropriazione e di delegittimazione che si ripetono ogni anno, puntualmente, con la stessa stanca retorica. Sopravviverà anche a questa polemica. Continuerà a risuonare — nelle piazze, nei teatri, nelle aule parlamentari — finché esisterà qualcosa da cui liberarsi. E quel momento, purtroppo, non è ancora arrivato. Buon 25 aprile.

24 aprile 2026

Ottanta candeline per Piano di Sorrento

 




Ottant'anni. Ottant'anni fa, in questo stesso giorno d'aprile, ti ridavano il nome. Un nome che sapeva di radici, di pietra lavica, di mare e di aranci — Piano di Sorrento.

Era il 24 aprile 1946, e la Gazzetta Ufficiale portava stampate quelle parole che spezzavano diciannove anni di silenzio imposto: tu tornavi a esistere, libera, dopo che il regime ti aveva strappato a te stessa e consegnata a un'unione che non avevi scelto. Rinascevi come rinascono le cose vere — non tra squilli di tromba, ma con la dignità silenziosa di chi sa chi è.

E in questi ottant'anni, mia cara, né hai vissuti di giorni. Nei tuoi uffici si sono alternati volti e voci, colleghi che ricordo con affetto genuino, ciascuno portando un pezzo della propria vita dentro le tue mura. Hai visto sfilare sindaci e commissari, politici che ti hanno amata con le opere e qualcuno che ti ha amata solo a parole — o peggio, che ti ha ferita. Ma tu, come tutte le cose che hanno radici profonde, sei rimasta.

Hai visto tremare la terra nel 1980, e hai visto i tuoi figli non tornare dal mare — quelli della Marina d'Aequa, quelli del Moby Prince — nomi che bruciano ancora, lutti che non si archiviano.

Hai visto cambiare il tuo volto e, forse, qualcosa dell'anima di noi carottesi. Ma quella vena più vera, più antica, quella appartiene ancora a chi oggi si ferma un momento, in questo giorno ordinario senza bande né fuochi, e sente che è festa lo stesso. Che è festa di più, forse, proprio perché non lo sa nessuno — tranne noi.

Allora, mia Piano di Sorrento — auguri. Ottant'anni portati con la grazia di chi non ha bisogno di gridare per essere ascoltato. Auguri da chi ti porta nel sangue, nel cognome, nel suono della voce quando dice a casa.

Auguri, con tutto l'amore che ha la forma di un luogo.


01 aprile 2026

Gli Incappucciati e il Peso dei Secoli


Martedì sera, in Piazza Cota, mentre la notte si faceva silenziosa e l'aria portava con sé il profumo antico della cera e della pietra bagnata, attendevo. Attendevo come si attende qualcosa che non è semplice arrivo, ma rivelazione. E fu allora che una voce, accanto a me, ruppe quel silenzio sacro con una domanda: "Ma perché non fanno tutto Corso Italia?"


Una domanda innocente. Una domanda che spalanca un universo.

Chi la pone non ha torto — ha semplicemente un altro paio di occhi. Occhi che guardano la superficie delle cose, lo scorrere visibile del corteo, le luci, i simboli, le vesti. Ma questi Riti non abitano la superficie. Abitano le profondità — quelle stesse profondità dove si sedimentano i secoli, dove le radici di un popolo affondano silenziose e tenaci come radici di ulivo nella roccia viva.

Quello che si consuma il Martedì, il Giovedì e il Venerdì Santo non è uno spettacolo. Non nel senso freddo, consumabile del termine. Non esiste qui la distanza tra chi recita e chi osserva, tra il palco e la platea. Quella distanza si dissolve, si annulla, svanisce come nebbia al sole di marzo. Chi cammina e chi attende sono la stessa carne, lo stesso sangue, lo stesso respiro affannato nella notte. Siamo tutti, nessuno escluso, protagonisti di qualcosa che ci supera e ci abbraccia.

Sì — quegli incappucciati raccontano la Passione. I martìri che avanzano nel buio sono sillabe di un Vangelo che non si legge, si vive. Ma questa è soltanto la porta d'ingresso. Oltre quella porta si apre qualcosa di più antico, di più intimo, di più vertiginoso.

Quegli incappucciati siamo noi.

Sono il nostro popolo che cammina da secoli, che si riconosce in quelle figure come in uno specchio che non mente, che non dimentica, che non invecchia. Sono le nostre origini fatte carne e sacco e silenzio. Ed è per questo — solo per questo — che nonostante siano sempre uguali, nonostante non cambino, nonostante i decenni e i secoli scivolino via senza scalfirli, continuano a chiamarci. Continuano a trascinarci fuori di casa la sera, nella notte, nel freddo che sa ancora d'inverno, a fermarci sul ciglio della strada con il cuore stranamente stretto.

Perché quella non è l'attesa di uno spettacolo. È l'attesa di un incontro.

Un incontro con i nostri padri e i padri dei nostri padri, che dalla notte più lontana dei secoli avanzano verso di noi, ci sfiorano, ci sussurrano qualcosa che non ha parole ma che il cuore, il cuore soltanto, sa tradurre. E nell'istante stesso in cui li guardiamo passare, guardiamo anche avanti — verso coloro che non sono ancora nati, verso chi un giorno indosserà quel sacco o si fermerà come noi sul bordo della strada, con gli stessi occhi lucidi, con lo stesso nodo in gola inspiegabile e necessario.

Il tempo, in quei momenti, non scorre. Si arrotonda.

Ecco la forza segreta di questi Riti. Ecco ciò che li rende eterni mentre tutto attorno cambia, corre, si consuma. Ed ecco ciò che li separa — con un confine netto, invalicabile — da ogni altro evento che condivide con loro soltanto il calendario.

Gli incappucciati sono Storia. Storia che respira, che cammina, che ci guarda negli occhi.

Tutto il resto, per quanto luminoso, è e resta cronaca.

EVENTI A PIANO DI SORRENTO

Per tutte le informazioni sugli eventi a Piano di Sorrento vista http://piano200.blogspot.com curato dallo stesso autore di questo blog