Chi accusa questo inno di dividere l'Italia mente a se stesso — o sa benissimo cosa vuole cancellare dalla memoria collettiva. Una risposta dura a chi usa il 25 aprile per fare la vittima.
Ieri, nell'Aula della Camera dei deputati, mentre si consumava il voto finale su un decreto sicurezza già definito incostituzionale dal Quirinale, i deputati dell'opposizione si sono alzati in piedi e hanno intonato Bella Ciao. Cartelli in mano: «La nostra sicurezza è la Costituzione». Era la vigilia del 25 aprile. Era, in ogni senso, il momento giusto.
La reazione della destra è stata immediata, prevedibile, rivelatrice. Matteo Salvini — rimasto plasticamente seduto mentre i suoi alleati di Fratelli d'Italia cantavano l'Inno di Mameli — ha sentenziato: «Siamo qui per il decreto sicurezza, non è un festival canoro. Rispetto l'inno nazionale, ma quelli cantano Bella Ciao, mi sembra una mancanza di rispetto». Gianfranco Rotondi di FdI ha accusato l'opposizione di «cantare per dividere». E così, puntuale come ogni anno, è tornata la liturgia del risentimento: Bella Ciao come canto divisivo, di parte, inappropriato.
È una menzogna. Ed è ora di dirlo chiaramente.
Chi dice che Bella Ciao è un canto divisivo sa benissimo cosa sta facendo: sta chiedendo alla memoria della Resistenza di scusarsi per esistere.
Il trucco retorico da smontare una volta per tutte
L'accusa di «dividere» è il più furbo degli escamotage politici. Funziona così: si prende un simbolo della lotta antifascista, lo si accusa di essere «di parte», e si chiede a chi lo canta di fare un passo indietro in nome dell'unità nazionale. L'unità, ovviamente, alle condizioni di chi quel simbolo vorrebbe cancellare.
Ma fermiamoci un secondo su chi lancia questa accusa. Sono gli stessi che siedono in parlamento senza aver mai fatto i conti con le origini del proprio movimento politico. Sono gli stessi che eleggono presidenti del Senato capaci di equiparare partigiani e repubblichini. Sono gli stessi che ogni anno balbettano sul 25 aprile, lo disertano, lo svuotano, lo riempiono di distinguo. E poi — con la faccia di bronzo che solo una certa cultura politica riesce a sfoggiare — si ergono a difensori dell'unità nazionale contro chi canta un inno partigiano.
Nicola Fratoianni ha usato la parola giusta: ipocrisia. «Sentire dire in Aula che cantare Bella Ciao, che viaggia sotto braccio all'inno, è un atto divisivo, rivela l'ipocrisia pelosa del vostro appello all'unità.» Aggiungendo: «Proporre leggi che dichiarano gli antifa fuorilegge è l'opposto della costruzione dell'unità.» Un'osservazione chirurgica. Chi vuole unità non dichiara fuorilegge chi si oppone al fascismo.
Cosa è davvero Bella Ciao
Bella Ciao non è una canzone della sinistra italiana. Non è un inno di partito. Non appartiene al PD, né al M5S, né ad AVS. Appartiene alla storia. Nata nelle risaie della Pianura Padana, adottata dai partigiani durante la lotta di Liberazione, è diventata nel corso dei decenni il simbolo universale di chiunque si opponga all'oppressione. La cantano le donne iraniane in rivolta contro il regime degli ayatollah. La cantano i manifestanti per la democrazia in Bielorussia. La cantano i movimenti per i diritti umani da Buenos Aires a Seoul. La serie televisiva spagnola La Casa di Carta l'ha portata in cento Paesi, trasformandola nell'inno planetario di chi rifiuta la rassegnazione.
Qualcuno andrà a spiegare anche a loro che stanno «dividendo»? Che mancano di rispetto alle istituzioni?
La verità è che Bella Ciao divide solo in un senso molto preciso: divide chi ha scelto la libertà da chi ha scelto il contrario. Divide chi combatteva la dittatura da chi la sosteneva. È una divisione che risale a ottant'anni fa, ma che — come dimostrano le polemiche di ogni 25 aprile — non è mai stata davvero superata.
Bella Ciao è risuonata a Teheran, a Minsk, a Buenos Aires. Se la destra italiana la teme ancora, forse sa qualcosa che non dice.
Il fondamento che si vuole dimenticare
C'è una cosa che la polemica su Bella Ciao sistematicamente omette: la Resistenza non è un'opinione. È il fondamento giuridico e morale della Repubblica Italiana. La Costituzione del 1948 nasce dalla lotta partigiana. La XII disposizione transitoria e finale vieta esplicitamente la riorganizzazione del partito fascista. I valori che animano quell'inno — la libertà, la dignità, la giustizia contro la tirannia — sono gli stessi valori che sono stati tradotti in norme costituzionali.
Quando i deputati cantano Bella Ciao nella Camera della Repubblica, non stanno facendo uno spettacolo. Stanno ricordando a quell'Aula da dove viene il mandato che le è stato affidato. Stanno citando la fonte. Stanno leggendo il preambolo non scritto della Carta costituzionale.
Chiara Braga del PD, con il fazzoletto dell'Anpi al collo, ha detto la cosa più semplice e più vera: «Il 25 aprile è divisivo solo per chi ha nostalgie che noi non accetteremo mai». È esattamente così. La Festa della Liberazione non è divisiva in sé. Lo diventa soltanto per chi quelle nostalgie le coltiva, anche solo inconsciamente, anche solo nel fastidio che prova quando sente quelle note.
L'unità che non chiede alla memoria di tacere
Ogni anno la destra italiana invoca l'unità nazionale sul 25 aprile. «Non è la festa della sinistra, è la festa dell'Italia liberata», dice la deputata leghista Laura Cavandoli — mentre il suo partito si astiene dal cantare l'Inno di Mameli in Parlamento. Le parole sono giuste. Il problema è che restano parole, svuotate di significato da comportamenti che le contraddicono sistematicamente.
La vera unità sul 25 aprile richiederebbe una cosa sola: riconoscere senza ambiguità che il fascismo era il male, che chi lo combatteva aveva ragione, e che la Resistenza è la pietra fondante di tutto ciò che siamo come Paese. Non distinguo, non «anche dall'altra parte c'erano vittime», non equivalenze tra oppressori e liberatori. Solo chiarezza.
Fino a quel momento, l'appello all'unità suona come una richiesta di resa. Come se il canto partigiano dovesse abbassare la voce per non disturbare chi non ha ancora fatto pace con quella storia. No. Non funziona così. L'unità vera si costruisce a partire dalla verità condivisa, non dalla sua rimozione.
L'unità che chiede a Bella Ciao di tacere non è unità. È amnesia travestita da concordia.
Ieri alla Camera: la scena che vale più di mille discorsi
Tenete questa immagine in mente: 24 aprile 2026, ore pomeridiane, Aula della Camera dei deputati. Il governo fa approvare — con 162 voti contro 102, dopo una seduta fiume di due giorni, grazie alla fiducia e a un decreto correttivo necessario per tappare i buchi di incostituzionalità — un provvedimento di sicurezza contestato. Alla vigilia del giorno in cui l'Italia celebra la propria liberazione dal nazifascismo.
Di fronte a questo, i deputati dell'opposizione si alzano, cantano, espongono cartelli. Angelo Bonelli dirige il coro con le mani. Chiara Braga porta il fazzoletto dell'Anpi. Riccardo Ricciardi del M5S cita i luoghi della Resistenza. Un deputato viene espulso dall'Aula. La seduta viene sospesa.
Dall'altra parte: Salvini seduto, immobile, mentre il suo stesso inno nazionale risuona nell'emiciclo. E poi, nel Transatlantico, quella sentenza sul «festival canoro».
Non serve aggiungere molto. La scena parla da sola. Da una parte chi canta la libertà; dall'altra chi non riesce nemmeno ad alzarsi per la propria Patria, ma trova il tempo di criticare chi si alza per i valori fondativi della Repubblica.
Bella Ciao è sopravvissuta al fascismo, alla guerra fredda, ai tentativi di appropriazione e di delegittimazione che si ripetono ogni anno, puntualmente, con la stessa stanca retorica. Sopravviverà anche a questa polemica. Continuerà a risuonare — nelle piazze, nei teatri, nelle aule parlamentari — finché esisterà qualcosa da cui liberarsi. E quel momento, purtroppo, non è ancora arrivato. Buon 25 aprile.






