La processione che piange
Tra una settimana le strade di Piano si vestiranno ancora di devozione. La Madonna delle Grazie di Marina di Cassano tornerà a percorrere il nostro paese, Lei che è Patrona insieme a San Michele, Lei che per generazioni ha benedetto il mare e aperto la stagione balneare ai carottesi. Un'occasione che dovrebbe stringere il cuore per la commozione, che dovrebbe far sentire vivo il senso di appartenenza a una comunità.
Dovrebbe.
Perché qualcosa si è rotto. Qualcosa di prezioso e di antico è stato spezzato in silenzio, quasi senza che ce ne accorgessimo. La processione che fu sinonimo di festa, di calore, di popolo unito sotto il cielo di luglio, oggi assomiglia — è doloroso dirlo, ma bisogna dirlo — a un funerale.
La colpa ha un nome, ha una responsabilità precisa: l'attuale Amministratore Parrocchiale ha scelto di soffocare il suono della banda con interminabili litanie amplificate, recitate da lui in persona attraverso un sistema portatile che segue il corteo come un'ombra. Forse con buone intenzioni — sia chiaro — ma con esiti devastanti per l'anima di questa tradizione. Perché il suono incessante della banda non è folklore, non è rumore di fondo: è il cuore pulsante di questa processione, è ciò che la distingue da ogni altra, è la voce stessa della comunità che cammina.
Senza quella musica, il corteo perde la sua ragion d'essere. Diventa freddo. Diventa estraneo.
Chi ricorda don Alberto sa cosa vuol dire vedere una processione fatta bene. La banda non si fermava mai. Le preghiere ognuno le portava dentro di sé, nel silenzio del cuore. Solo nelle soste la voce tonante di don Alberto si alzava sulle teste della folla per pronunciare le orazioni, e poi — subito, senza indugio — la musica tornava a riempire le strade e le anime. Anche chi è venuto dopo di lui ha saputo custodire questo spirito, ha capito che una tradizione popolare non appartiene a chi la guida, ma a chi la vive.
Oggi quella custodia è venuta meno. E fa male.
Fa male vedere gli anziani di Marina di Cassano — coloro che quella processione l'hanno vissuta per decenni, che ne conoscono ogni passo, ogni nota, ogni sosta — fare spallucce o voltarsi dall'altra parte. Sono loro i custodi naturali di questa memoria, sono loro che avrebbero sia la voce che l'autorità morale per alzarsi e dire: basta, questa non è la nostra processione.
E invece il silenzio. Un silenzio che fa più rumore di qualsiasi litania.
Quest'anno sarà di nuovo così. Lo sappiamo già, e forse ci siamo rassegnati. Ma la rassegnazione è la tomba delle tradizioni. Ogni anno che passa senza reagire è un mattone in più sul muro che separa le nuove generazioni da ciò che siamo stati.
Sbagliava don Alberto? Sbagliavano i suoi successori? La risposta, per chiunque abbia amato davvero questa terra e questa Madonna, è già scritta nel cuore di Piano di Sorrento.
Peccato che in pochi sembrino ancora volerla leggere.

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