La barchetta dei naufraghi (e il pastore che non c’è)
La mia barchetta sgangherata è di nuovo piena. Succede ogni volta che la diocesi sposta un amministratore parrocchiale, che qualcuno si ostina a chiamare “parroco”. Per pudore, immagino. “Amministratore” suona troppo da condominio, e infatti la gestione è quella.
Oggi salgono a bordo gli amici di Mortora e i simpatizzanti di don Rito. Dopo il suo trasferimento a Capri (promozione panoramica, bisogna ammetterlo) si sono ricordati del giuspatronato. Prima non si sa, forse era in manutenzione. Benvenuti. Anni fa toccò ai fedeli di Morte ed Orazione, quando la sorte colpì don Pasquale. Conosco già il finale: passato il clamore, scenderete alla chetichella per lasciare il posto ai prossimi. Meta? Sant’Agnello? Prenotate pure, il biglietto è sempre valido.
Ecco il punto: le battaglie non si fanno per una persona, si fanno per un diritto. Se vi indigna solo quando portano via il vostro prete, non state difendendo la legalità, state difendendo il vostro prete. Sono due cose diverse, e la diocesi lo sa benissimo.
Il diritto di eleggere il parroco ci viene dai nostri avi. È nostro. È il frutto di un contratto oneroso tra i fedeli e la diocesi, e la diocesi non può stracciarlo da sola, nemmeno con un decreto e un sorriso paterno. Dal 2006 subiamo un sopruso, e la stragrande maggioranza lo subisce convinta che sia obbedienza al Vescovo. Dire “signorsì” a un abuso non è obbedienza, è comodità con l’incenso.
I Vescovi che si sono succeduti hanno fatto i cattivi pastori con una certezza granitica: le pecore avrebbero obbedito. Hanno indovinato. Quando l’illegalità bussava alla loro porta, le pecorelle emettevano un belato di protesta, giusto per la coscienza, e poi tornavano compatte nel gregge. Funzionerà anche stavolta. È un modello di business collaudato.
Una volta il parroco eletto “sposava” la parrocchia. Diventava un punto di riferimento, conosceva tutti, era una guida. Oggi, con questo valzer di rotazioni, l’amministratore viene rimosso dopo nove anni, esattamente quando i suoi progetti prendono forma e la gente comincia a fidarsi. Tempismo da orologiai svizzeri: si sradica la pianta proprio quando dà i frutti, poi ci si stupisce che il terreno sia sterile.
Eppure il canone 522 non lascia scampo: “È necessario che il parroco goda di stabilità, perciò venga nominato a tempo indeterminato; il Vescovo diocesano può nominarlo a tempo determinato solamente se ciò fu ammesso per decreto dalla Conferenza Episcopale.” La stabilità è un requisito essenziale. Lo dice il Diritto Canonico, non il blog di un vecchio testardo.
Certo, l’inamovibilità può degenerare: cerchie di fedeli prediletti, club di amici, gli altri fuori dalla porta. Sono patologie, e in quel caso tocca al Vescovo intervenire. Cioè fare il Vescovo.
Ma qui sta il capolavoro. Il canone vale per i parroci, non per gli amministratori parrocchiali, incarico che per definizione è temporaneo... o almeno dovrebbe esserlo. Quindi la soluzione è geniale: non nominare parroci. Se non ci sono parroci, nessuno gode di stabilità. La norma resta intatta sulla carta e viene calpestata nei fatti. Perfetto, una legge rispettata come si rispetta un parente ricco: da lontano e senza disturbare.
Ma state tranquille, care pecorelle fedeli al cattivo pastore. Anche stavolta faremo un pochino di polemica, poi tutto tornerà alla normalità. Cioè all’illegalità. Voi nel gregge, io solo, ostinato, sulla mia barchetta a navigare controvento, a difendere un tesoro che i nostri avi ci hanno lasciato e che voi state svendendo in cambio di una benedizione e di una rotazione.

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