06 settembre 2017

IL CAVALLO IN CHIESA ED IL GIUSPATRONATO

160539004-2d5be87c-9858-4064-aeea-d610a98d3af0Già vi sento mormorare “e mo’ questo che vuol dire?” seguitemi, se volete, e capirete.

Sto leggendo in questi giorni come, da una conferenza stampa indetta dai fedeli di Sant’Agnello, sia emersa la loro volontà di procedere alla denuncia del nostro Vescovo per aver violato il diritto canonico e chiedere di conseguenza la revoca della nomina di don Francesco ad amministratore parrocchiale. Dico subito che è una scelta che, nel mio piccolo, non condivido per vari motivi. Il primo e più importante è che il nostro Vescovo in tutti questi anni non ha mai commesso violazione alle norme del diritto canonico o, per meglio dire, alla loro interpretazione letterale. E’ suo diritto, anzi è suo dovere, nominare un amministratore parrocchiale che governi la parrocchia sino all’elezione del nuovo parroco, con i limiti di cui al canone 540 comma 2. Detta carica è provvisoria ma, per quanti sforzi io abbia fatto, non ho trovato nessuna norma che fissi un termine alla sua durata. Quindi non vi è alcuna illegalità formale nel suo agire sino ad ora.

Mi direte “ma proprio tu hai parlato di reati, di illegalità ed ora ti rimangi tutto?”. Qui veniamo al secondo punto per cui le scelte santanellesi non mi convincono. In questi 11 anni in cui ho attaccato anche duramente la diocesi l’ho fatto avendo bene in mente che i miei strali erano diretti ad un’istituzione che dovrebbe porre in primo piano la coscienza, l’etica,  il retto agire al di là delle fredde norme. Mi rivolgevo quindi alla coscienza del Vescovo e non ai suoi avvocati, i reati e l’illegalità erano riferiti alla moralità di certe scelte. Io sono sempre stato convinto che le tradizioni si difendono mettendo sul tavolo non le carte bollate ma il cuore. Tutti noi dobbiamo sforzarci di capire come un sacerdote catapultato in una realtà molto particolare come la nostra, fatta di riti secolari, fatichi a capirli ma soprattutto fatichi a sentirli suoi. Don Franco ha bisogno di sentire nel suo cuore, nella sua anima, quanto noi siamo legati a quelle tradizioni eredità dei nostri avi (compresa l’elezione del Parroco) che sono la nostra storia e la nostra identità, e questo puo’ avvenire solo mettendo davanti a lui i nostri cuori, la nostra indignazione e anche la nostra determinazione e non certo fredde carte bollate che non porteranno a niente.

A questo proposito vi propongo un esempio. Immaginate di trovarvi a Siena alla vigilia del Palio e di recarvi in una delle Chiese delle contrade, lì vi troverete al cospetto di un cavallo al centro della navata che viene benedetto dal sacerdote (video) (addirittura se il cavallo lascia un “ricordino” in Chiesa è buon segno), per noi che nel cuore non portiamo quelle tradizioni è una scena blasfema e di certo, se ne avessimo il potere, cacceremo dalla casa di Dio quell’animale. Eppure è un momento di profonda religiosità ma per viverlo e capirlo bisogna avere non solo la conoscenza della tradizione, ma averla assimilata, metabolizzata, occorre in sintesi essere nel profondo un contradaiolo.

Ecco spiegato il cavallo in chiesa del titolo. Per don Franco nuovo alle nostre tradizioni, alla nostra realtà culturale, le elezioni del parroco sono l’equivalente del cavallo a Siena. Non le capisce o, per meglio dire, il suo cuore non le ha ancora accolte. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza ma alla fine dovrà rendersi conto che un buon pastore deve essere parte del suo gregge, ne deve sentire le emozioni e farle proprie, ne deve sentire la Storia e sforzarsi di sentirsi parte di essa. Come a Viterbo gridano i facchini della macchina di Santa Rosa dovrà un giorno anche lui gridare con noi “Semo tutti d’un sentimento” cioè siamo, io Vescovo e voi fedeli, una sola cosa, una sola emozione ed allora le elezioni saranno anche per lui una priorità. Solo allora sarà veramente uno di noi, il nostro Pastore, la nostra guida e, ripeto, questa meta si potrà raggiungere solo con una battaglia d’amore (per le tradizione e per la nostra Chiesa) e mai con le carte bollate.

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