ho deciso di indirizzarle questa lettera aperta come semplice cittadino di Piano di Sorrento, uno dei tanti carottesi che questa terra la vive ogni giorno, che ne custodisce i ricordi e che nel suo mare ha imparato a riconoscere una parte della propria identità.
Come tutti, ho appreso dagli organi di stampa del suo progetto di riqualificazione del porto di Marina di Cassano, che prevederebbe un ampliamento della struttura esistente, con l’aumento della capienza e la realizzazione di approdi idonei ad accogliere grandi yacht destinati ad un turismo di lusso. A questo si aggiungerebbero ulteriori interventi sul borgo marinaro e perfino la realizzazione di un collegamento tramite ascensore tra Villa Fondi e la Marina di Cassano.
Il tutto per un investimento di oltre quaranta milioni di euro che, secondo quanto riportato, sarebbe sostenuto interamente dalla sua società e animato dal desiderio di lasciare un segno tangibile nella terra delle sue origini, onorando gli antenati che da questi stessi lidi partirono in cerca di fortuna.
Le confesso che, pur apprezzando la nobiltà delle intenzioni, il suo progetto non mi entusiasma affatto. Anzi, lo vedo come un intervento destinato a deturpare quel poco di bellezza naturale che ancora ammanta il nostro territorio, a vantaggio di pochi e a discapito dell’intera collettività.
È bene dirlo con chiarezza: io ero già contrario alla costruzione del porto esistente e, a maggior ragione, considero oggi il suo ampliamento una sventura da evitare ad ogni costo.
Le ragioni di questa posizione sono semplici e riguardano la tutela di noi carottesi, gente comune, gente semplice, gente che nella stragrande maggioranza dei casi non possiede panfili né yacht, ma che spesso fatica semplicemente ad arrivare alla fine del mese.
Il porto, inevitabilmente, sottrae spazio alla libera balneazione e trasforma una risorsa naturale come il mare in qualcosa che diventa accessibile solo a chi può permettersi di pagare. Eppure il mare, per noi, non è mai stato un lusso: è sempre stato parte della nostra vita.
Vede, signor Aponte, la Marina di Cassano dalla quale partirono i suoi avi era un piccolo paradiso. Un borgo autentico di pescatori e maestri d’ascia, dove la modesta banchina bastava e avanzava per l’attracco dei pescherecci e delle cianciole. Tutto il resto era spiaggia, mare, vita.
L’arenile restava libero e aperto a tutti: alle famiglie, ai bambini, ai ragazzi che trascorrevano intere giornate tra il sole e l’acqua. Si giocava a racchettoni, si tracciavano con pazienza le “piste” sulla sabbia per far correre le biglie o i semplici tappi di bottiglia.
Il mare era un bene comune, non un privilegio.
Ricordo che lungo tutto il borgo sgorgavano fresche sorgenti d’acqua: servivano per dissetarsi, ma anche per tenere in fresco cocomeri e bibite durante le calde giornate d’estate. Era una vita semplice, autentica, fatta di piccole cose che oggi sembrano quasi appartenere ad un altro mondo.
Io lì ho trascorso la mia infanzia. E sono certo che, in qualche modo, anche i suoi antenati abbiano conosciuto quella stessa bellezza.
Poi arrivò la decisione di costruire il porto.
Un’enorme colata di cemento che ha cambiato per sempre il volto della Marina. Un’opera che non ha portato alcun beneficio reale alla comunità carottese — se non a pochi soggetti che ne traggono profitto — ma che ha sottratto moltissimo alla collettività.
Quel porto non serve ai carottesi.
La stragrande maggioranza di noi non possiede imbarcazioni da ormeggiare, né tantomeno yacht. Molti di noi, semplicemente, lavorano duramente per mantenere le proprie famiglie e cercano di vivere con dignità.
So che può essere difficile da immaginare per chi appartiene ad un mondo diverso, ma la verità è che tante persone faticano ogni mese ad arrivare alla fine. E se a queste persone si sottrae anche la possibilità di accedere liberamente al mare — costringendole a pagare per ciò che un tempo era di tutti — allora si compie un’ingiustizia ancora più grande.
Oggi quel porto è diventato poco più che un dormitorio per imbarcazioni di passaggio, spesso utilizzate da chi trascorre le proprie giornate altrove, magari tra Capri e la Costiera Amalfitana.
Per Piano di Sorrento non c’è stato alcun reale indotto economico.
E comunque, mi creda, non esiste somma di denaro capace di compensare il bene pubblico che ci è stato sottratto.
Ecco perché, se davvero desidera lasciare un segno degno nella terra dei suoi avi, le suggerisco un gesto molto diverso da quello che oggi viene prospettato.
Utilizzi quel capitale non per ampliare il porto, non per aggiungere altra colata di cemento su una costa già duramente segnata, ma per compiere un atto di coraggio: demolire il porto esistente e restituire alla Marina di Cassano il volto che aveva fino a qualche decennio fa.
Faccia rinascere il borgo dei pescatori.
Ricrei le piccole trattorie di cucina semplice e genuina.
Restituisca spazio alle botteghe dei maestri d’ascia, dalle cui mani sapienti nascevano i meravigliosi gozzi sorrentini.
Faccia tornare la Marina un luogo a misura d’uomo, dove possano incontrarsi il carottese e il turista, magari arrivato su una vecchia e scalcinata Fiat 500 e non su uno yacht di trenta metri.
Restituisca il mare alla gente di questa terra.
A chi non può permettersi vacanze esotiche, a chi non può pagare i prezzi degli stabilimenti, a chi desidera semplicemente camminare sull’arenile, giocare a racchettoni con i figli o sedersi a guardare il tramonto.
Se farà questo, le assicuro che i suoi antenati saranno ricordati con gratitudine sincera da tutti noi.
Mi auguro infine che i sindaci del territorio non cedano a pressioni o ultimatum.
E se dovessero decidere di rispondere alla sua proposta, mi auguro che lo facciano con la semplicità e la dignità che la situazione richiede.
Basterebbero due parole:
“No, grazie.”
Domenico Cinque
